Zubaida è una bambina che vive a Farah, un villaggio remoto dell’Afghanistan e un giorno ha un brutto incidente domestico con il fuoco che la deturpa orribilmente. In un paese dove non esiste praticamente assistenza sanitaria, Zubaida sopravvive soltanto grazie ad una straordinaria forza d’animo e alla tenacia di suo padre che decide di salvare la figlia a tutti i costi. Un padre “diverso” in una radicata tradizione che considera la donna meno di nulla. Zubaida viene data per spacciata e chiunque consiglia il padre di lasciarla morire. Invece Mohammed si indebita, percorre in lungo e in largo il paese, arrivando persino in un campo militare americano, dove si imbatte in un ufficiale dell’esercito che, colpito dallo sguardo della bimba e dal suo corpicino straziato, diventa il primo anello di una solidarietà che ha dell’incredibile, come la forza che la piccola Zubaida riesce a trasmettere, come se fosse in grado di tirare fuori la parte migliore di quelli che incontra, spazzando via differenze etniche, sociali e culturali. Si apre così una catena umanitaria che porta Zubaida in America per essere curata da un chirurgo plastico che si fa carico di questa grande impresa e dopo una lunga serie di interventi chirurgici, eseguiti a ritmo intensivo per questioni burocratiche, ridona le sembianze umane di Zubaida, permettendole di ricostruirsi un’identità che, superando il puro confine fisico, sarà capace anche di apportare una trasformazione interiore. Zubaida in America acquisirà la consapevolezza di essere in grado, senza rinunce alle sue radici culturali, di percorrere nuovi e più larghi orizzonti. Una storia vera che, anche se riportata in modo leggermente asettico e documentaristico, con pochissimi dialoghi, vale la pena di conoscere per carpire le tante sfumature che ha da offrire.

Laura di Flaviano