Mia adorata amica. Non chiedo che tu mi risponda; le tue occupazioni non ti lasciano tempo di scrivere: non ti sdegnare dunque s’io ti scrivo; non ti chiedo se non che tu abbia la pazienza di leggere le espressioni del miei sentimenti per te. – Ho bisogno di dirti ch’io t’amo, di ridirtelo, di giurartelo; e in quelle ore ch’io passo in casa tua, non mi è mai dato di star libero, e solo con te un istante. – Sí, io t’amo! O era giusto ch’io non te lo dicessi mai, o è necessaio ch’io te lo ripeta ogni giorno. – Se tu sapessi la febbre che ho nel cuore, se tu sapessi come la tua immagine, i tuoi sorrisi, i tuoi detti, sempre scolpiti nella mia mente, mi fanno continuamente palpitare; se tu sapessi come i miei sonni sono turbati e brevi da che ho – non so se debbo dire la fortuna o la sciagura di conoscerti – tu mi compiangeresti, o Gegia! Io sono in uno stato di pena inesprimibile. Perché m’hai tu vietato di ripartire per Torino? Questo tuo divieto, e le tenerissime parole di amicizia che ti compiacesti di dirmi m’inondarono per un momento il cuore di gioia; – ma a questa gioia succede un turbamento maggiore di prima. Sí; io t’amo piú di prima, io ardo ogni dí piú. Dal punto in cui ti ho svelato il segreto del mio povero cuore, mi sembra che una nuova indissolubile catena mi si sia avvinta intorno all’anima. – Avanti di confessarti l’amor mio, io m’immaginava di non aver perduta interamente la mia libertà, io credea d’essere ancora in qualche modo padrone di me, o se nol credeva, io mi sforzava di sperarlo. – Ora, ho giurato d’amarti, e sono tuo, per tutta la mia vita. – Ieri, allo sfuggirmi del mio segreto, è cominciata una nuova epoca della mia esistenza: ho varcato un passo fatale; nulla può piú ritrarmene. Non vedo che un abisso di dolori dinanzi a me, ma non posso retrocedere, conviene ch’io mi v’inoltri, ch’io vi perisca………

“Parte di una lettera di Silvio Pellico a Teresa Bartolozzi”