Sibilla Aleramo è uno pseudonimo, la scrittrice si chiamava in realtà Rina Faccio. Figlia di un ingegnere piemontese, quando il padre andò a dirigere una fabbrica in una cittadina delle Marche, trasferendovi la famiglia , si trovò adolescente a doversi inserire in un mondo profondamente diverso dalla realtà cittadina della sua infanzia. Si sposò a sedici anni e, nel 1902, andò a vivere a Roma col marito. Dopo un tirocinio nel giornalismo, pubblicò nel 1906 il romanzo Una donna. Romanzo molto autobiografico, racconta del suo trasferimento nel centro Italia, con le difficoltà di adattamento che ne conseguono, dell’ammirazione nei confronti del padre che andrà scemando con la crescita e la scoperta di alcune verità. Del rapporto con la madre, assente, triste e alla fine rinchiusa in un manicomio. Parla della tenerezza e del senso di protezione verso i fratelli. Parla di questo matrimonio arrivato in maniera subdola, in un momento di sua debolezza e del calvario subito. Parla dell’amore smisurato e incondizionato di una mamma per il suo piccino. Parla di una consapevolezza che si va via via delineando in quanto essere donna ma che le leggi del momento reprimevano. Di una donna forte ma debole allo stesso tempo, piegata ai dogmi della società. Raccontato con un certo distacco, non usa nomi di persona propria. Un racconto freddo, a tratti spietato, lucido, ma privo di sentimentalismo se non in alcuni tratti. Razionale. Un romanzo che fa riflettere tantissimo, soprattutto chi ci è passato.

Lety Hakuna Matata