Definiscono spesso il suo libro come un romanzo rosa. Di rosa io ho visto ben poco. È, in buona sostanza, il racconto della sua vita, alla, più o meno, disperata ricerca di un principe azzurro. Più o meno perché Chiara mi appare più che altro come un personaggio innamorato dell’amore idealizzato. Non incontra mai l’uomo dei sogni, anzi, gli individui con i quali si interfaccia sarebbero da lanciare uno ad uno dalla finestra. Questo libro racconta un percorso di crescita. Chiara è piena di autoironia e le sue avventure sono al limite dell’inverosimile. Al limite perché è il modo in cui le racconta che le rende cosi divertenti da sembrare assurde. Una versione rivisitata e corretta di Bridget Jones con la differenza che il lieto fine non prevede un compagno vivo e vegeto corredato dal famoso “e vissero felici e contenti” ma un immaginario marito morto che serve a riacquistare uno status sociale soddisfacente come vedova. Quarantaseienne single senza figli uguale sfigata, vecchia e fallita, quarantaseienne vedova uguale giovane donna sfortunata ma realizzata. Contorto ma tristemente reale. La società giudica e noi ci sentiamo costantemente inadeguati. La soluzione? Chiara adotta quella dell’autoironia irriverente con una certa inquietante costanza nel cadere negli stessi errori. Tende a essere un po’ recidiva insomma, ma alla fine ce la fa, il messaggio arriva. Il passaggio più bello di questo libro è, per me, a pagina 131: crescere è capire ciò che davvero siamo e avere il coraggio di gridarlo al mondo. Non è facile perché bisogna rinunciare alle storie che ci raccontiamo da sempre per tutelarci, alle favole che troppo a lungo ci hanno protetti dal mondo. Lettura leggera e spassosa con diversi buoni messaggi per imparare ad amarsi.

Laura Di Flaviano