PRESENTIMENTI (1860)

Quando vedo le nubi atre dell’oceano addensarsi
sulle colline dell’interno e stendersi infuriando
nel bruno del tardo autunno, e la valle
fradicia rabbrividire d’orrore
e il campanile precipitare di schianto sulla città
allora penso ai cupi mali della mia terra
la tempesta che esplode dal deserto del tempo
sulla speranza più luminosa del mondo avvinta
al crimine più orrendo dell’uomo.
Adesso il lato oscuro della natura si staglia
e l’ottimismo sgomento si è dissolto
nemmeno per un bambino ha misteri il cupo ciglio
di quella montagna nera, solitaria.
I torrenti precipitano dalle gole urlando
e nuove tempeste si addensano dietro alla tempesta presente:
l’abete trema e si scuote nella trave
la quercia nella chiglia che solca.

Herman Melville (New York, 1º agosto 1819 – New York, 28 settembre 1891) è stato uno scrittore, poeta e critico letterario statunitense. Conosciuto più che altro per il suo romanzo Moby Dick, considerato uno dei maggiori capolavori di sempre. Herman Melville nasce a New York il 1º agosto 1819, da Allan Melvill che era un ricco commerciante, ma la loro fortuna durò poco perché il padre nel 1830 avrà un tracollo finanziario, e di Maria Gansevoort. Lo scrittore nel 1847 sposerà Elizabeth Shaw Melville un donna da un forte carattere e intelligente da la quale avranno  due figli.

Il suo capolavoro più conosciuto Moby Dick venne pubblicato del 1851:

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa — non importa quanti esattamente — avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.
[Herman Melville, Moby Dick o la Balena, traduzione di Cesare Pavese, Adelphi, 1994. ISBN 8845910954]