“Il sergente nella neve” è un libro di ricordi sulla ritirata di Russia, durante la Seconda Guerra Mondiale, scritto da Mario Rigoni Stern nel 1944, mentre era prigioniero in un lager tedesco (per non aver aderito alla Repubblica di Salò). Pubblicato nel 1953 da Einaudi, nella collana ” I Gettoni” diretta da Elio Vittorini (il quale si dedica a un corposo editing del romanzo e suggerisce lo stesso titolo). “Sergentmaggiù ghe rivarem a baita?”, è la domanda che rivolge spesso l’alpino Giuanin al sergente maggiore Mario Rigoni Stern. “Torneremo a casa?”, era questa l’ossessione dei soldati nei tre anni di guerra sul fronte russo. Partirono in molti e in pochi fecero ritorno. Tra questi Rigoni Stern, che in quest’opera d’esordio racconta della sua partecipazione diretta alla Campagna italiana di Russia. Esperienza che acquista fin da subito l’alto valore di testimonianza storica di fatti drammatici ed estremi. “Quel senso di apprensione e di tensione che era in noi non ci aveva ancora lasciato. Era come se un gran peso ci gravasse sulle spalle. Lo leggevo anche negli occhi degli alpini e vedevo la loro incertezza e il dubbio di essere abbandonati nella steppa: non sentivamo più i comandi, i collegamenti, i magazzini, le retrovie, ma soltanto l’immensa distanza che ci separava da casa, e la sola realtà, in quel deserto di neve, erano i russi che stavano lì davanti a noi, pronti ad attaccarci.” Sono due le parti in cui è diviso il romanzo: “Il caposaldo e ” La sacca”. Nella prima è descritta la situazione degli alpini bloccati nelle trincee, con la costante paura della presenza del nemico. Inevitabile la cupa evocazione della Grande Guerra. Nella seconda seguiamo i soldati dell’Armir costretti a uscire allo scoperto e scappare dall’incalzare dell’esercito russo. Ha così inizio la ritirata, con le lunghe e terribili marce nella neve e al freddo, di giorno come di notte, che lascerà un marchio indelebile e quasi mitico nella nostra memoria collettiva. “Era buio ed in lontananza, nel cielo, riflessi rossi dei villaggi che bruciavano. Ancora un passo, ancora un altro; la neve passava la coperta e spingeva il viso, il collo, i polsi. Il vento ci toglieva il respiro e voleva strapparci la coperta.” Per l’intensità della lingua, che in certi passaggi si fa poesia (“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio.”), e le descrizioni espressive, che ci restituiscono non solo le immagini, ma anche gli odori e i suoni, “Il sergente nella neve” è a buona ragione considerato un capolavoro del Novecento italiano. “[…] C’era un odore forte lì dentro: odore di caffè, di maglie e di mutande sporche che bollivano con i pidocchi, e di tante altre cose.” La sofferenza, la fatica, la paura e la morte, sono resi dall’autore senza enfasi retorica, ma attraverso il filtro del suo giudizio morale, che denuncia l’iniquità della guerra. Non sono le battaglie o le strategie militari che a Rigoni Stern interessa riportare, bensì gli stati d’animo dei soldati, financo i loro bisogni primari, quali la sete, la fame, il sonno. Il bisogno, un lusso in quelle condizioni, di fermarsi e riposare, di abbandonare le membra stanche e gelate. La sensibilità dello scrittore si concentra sullo sforzo dell’uomo di conservare la propria dignità e soprattutto la propria umanità. (Lo conferma egli stesso in un’intervista del 1963: “Dovevo dire quel che era accaduto a migliaia di uomini come me in quel dato periodo della guerra. Senza la strategia e la tattica […]: narrare solamente una condizione umana. Tutto qui.”) Significativo è il passo in cui Rigoni Stern bussa alla porta di un’isba e si trova davanti a dei soldati russi intenti a mangiare. Lo invitano a sedersi e a condividere con loro il cibo, in quella che è una momentanea, istintiva tregua. “Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.” “Il sergente nella neve” è un libro di memorie e per la memoria, da leggere e rileggere, per conoscere e per non dimenticare. Ma, in particolare, ci lascia in eredità la speranza di credere, ancora e sempre, nella pietà e nella misericordia che permettono agli uomini di vivere gli uni accanto agli altri.

Paola Treu