Il romanzo è ambientato a Napoli durante la seconda guerra mondiale. La storia di Lidia mi ha colpita soprattutto perchè non è un’eroina nel senso classico del termine, ma una ragazza che, in un momento in cui avrebbe ancora tutto il diritto di essere semplicemente una sorella, viene costretta dalle circostanze a diventare anche un po’ madre, protettrice, punto di riferimento per i suoi fratelli. Siamo nel 1942, Napoli è sotto le bombe e Lidia, insieme ai fratellini, viene mandata lontano dalla città, verso la Maiella, in un piccolo paese dove la montagna sembra poter offrire quella sicurezza che la guerra ha cancellato.
Ciò che ho apprezzato maggiormente è che l’autrice non mette la guerra continuamente al centro della scena, la lascia arrivare da lontano, attraverso i rumori, la paura, i rastrellamenti, le assenze. E nel frattempo ci mostra i bambini che giocano ai pirati e  inventano missioni, si raccontano storie, si stringono a un giuramento. Ed è qui che, secondo me, sta la parte più bella del romanzo, perché anche quando tutto intorno crolla, l’infanzia cerca ostinatamente di rimanere infanzia. Ho trovato ben riuscito il contrasto tra la durezza di ciò che accade e lo sguardo dei ragazzi: loro riescono ancora a vedere avventure dove gli adulti vedono pericolo, a trasformare i boschi in un territorio da esplorare, a custodire piccoli segreti come se potessero davvero proteggerli dal mondo.
Il cuore del romanzo, come già accennato, è Lidia: una ragazza che cresce troppo presto, che si porta addosso responsabilità che non dovrebbe avere e che, proprio attraverso quella nuova vita in montagna, scopre anche qualcosa di nuovo di sé. L’amicizia, il coraggio, l’amore, ma soprattutto la consapevolezza che diventare grandi non significa necessariamente smettere di avere paura. Mi è piaciuto anche il ruolo delle donne, spesso silenzioso ma fondamentale,donne che non hanno bisogno di gesti spettacolari per dimostrare la propria forza: resistono nelle piccole cose, nelle rinunce, nella capacità di andare avanti quando sarebbe molto più semplice lasciarsi sopraffare. Lidia non sceglie di diventare la sorella maggiore nel senso più profondo del titolo, le capita, forse è proprio questo che rende la sua storia così umana.
“La sorella maggiore” è un romanzo sulla guerra, certo, ma per me è soprattutto un romanzo sull’infanzia che viene interrotta, sui legami che ci tengono in piedi e sulla capacità degli esseri umani di cercare ancora un po’ di luce anche nei periodi più bui.
Una lettura delicata, ma non fragile; dolorosa, ma piena di vita.
Una bella prova per Giulia Vittoria Francomacaro, al suo esordio narrativo.

Angelica